La genetica spiega (anche) chi siamo. Ma non sempre piace ciò che dice
Le scoperte genetiche hanno molte volte dato fastidio a chi cercava argomenti diversi per sostenere obiettivi ideologici. E succede ancora oggi. Ce lo racconta Guido Barbujani, genetista all’Università di Ferrara, che si occupa da sempre dell’origine e dell’evoluzione umana
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Che veniamo tutti dall’Africa è un dato di fatto, ma c’è ancora chi fatica ad accettarlo. Così come c’è chi non vuole essere smentito con argomenti scientifici quando parla di sostituzione etnica. Nella storia è capitato di frequente che non si ascoltassero le ragioni della scienza per motivi politici. A volte con risultati disastrosi. Per il Gomitolo Atomico, Massimo Polidoro ne parla con il genetista Guido Barbujani, che ci accompagna in un viaggio affascinante attraverso le verità scomode della genetica a partire dalla Mezzaluna fertile durante il Neolitico, passando dalla Russia sovietica, per arrivare ai giorni nostri.
Cominciamo dall’inizio. Quando e dove siamo comparsi sulla Terra?
L’Homo sapiens ha mosso i primi passi in Africa circa 200 mila anni fa. Per i 190 mila anni successivi è vissuto in un periodo che abbiamo chiamato Paleolitico, la vecchia età della pietra, cacciando e raccogliendo il cibo disponibile. Poi è iniziata una nuova era…
Guido Barbujani è stato ospite al Gomitolo Atomico il 4 marzo 2025. Questo articolo è tratto da quella conversazione.
Che cosa è successo?
Circa 10 mila anni fa siamo entrati nel Neolitico, la nuova età della pietra, ed è cambiato tutto: l’umanità ha cominciato a produrre il proprio cibo attraverso l’agricoltura e l’allevamento. Da quel momento ci sono state trasformazioni enormi nello stile di vita e soprattutto nel DNA di noi umani, ma anche in quello delle piante e degli animali, perché abbiamo iniziato a manipolare geneticamente gli organismi.
Il punto di rottura si è avuto con l’agricoltura, quindi.
Decisamente. Nel Neolitico, con l’agricoltura, si è messa in moto una serie di fenomeni di cui ancora oggi troviamo le tracce nel DNA delle persone. Mi spiego. I cacciatori e raccoglitori sono nomadi: si spostano, seguendo le prede, dai terreni di caccia invernali a quelli estivi. Se invece coltivi i campi sei obbligato a fermarti dalla semina al raccolto. Poi, se ti trovi bene, organizzi il territorio, si formano villaggi e nei casi fortunati questi villaggi crescono e diventano città. All’interno della città c’è chi coltiva i campi, chi costruisce canali, chi fa i mattoni, e siccome si tratta di un’entità socialmente complessa, ci vuole qualcuno che la difenda e qualcuno che la comandi: o una figura sacerdotale o una militare. La società come la intendiamo oggi comincia con l’agricoltura.
E la genetica come ha contribuito a definire quello che è successo a partire da 10 mila anni fa?
Dobbiamo moltissimo a Luca Cavalli Sforza, il più grande genetista italiano. Negli anni Settanta ha intuito che il DNA nelle nostre cellule è un messaggio tramandato lungo tutta la linea degli antenati e ci racconta episodi della preistoria per i quali non abbiamo altre fonti archeologiche, come ossa o fossili. Cavalli Sforza si è imbarcato allora in un’impresa avveniristica: costruire mappe che rappresentino, in una regione e in quelle vicine, come variano tanti geni insieme. Quando arriva a rappresentare la variabilità genetica degli europei trova che le cose sono semplicissime: la mappa è un piano inclinato che ha un vertice nel sud-est della regione della Mezzaluna fertile e poi declina man mano che si va a ovest e a nord. Cavalli Sforza capisce che c’è stato un fenomeno che ha messo in fila le caratteristiche genetiche degli europei e questo è in contrasto con l’ipotesi di partenza che prevedeva che la variabilità genetica si distribuisse a macchia di leopardo. La sua scoperta confermava quello che gli archeologici affermavano da tempo: le tecniche di coltivazione dei campi e di allevamento si erano diffuse dalla Mezzaluna Fertile verso Ovest e verso Nord, raggiungendo tutta l’Europa attraverso l’Anatolia. L’analisi e le mappe di Cavalli Sforza dimostrarono anche che la diffusione dell’agricoltura è stata il frutto di un grande processo migratorio che lui chiama di ‘diffusione demica’, perché le popolazioni portarono con sé il loro DNA, producendo un rimescolamento genetico. Le due principali vie di migrazione sono state il corso del Danubio e le coste del Mediterraneo. Se noi italiani ci chiediamo dove stavano i nostri antenati 10 mila anni fa, la risposta è che oltre metà di loro stava in Anatolia. Quindi non solo siamo tutti africani, ma se ci avviciniamo nel tempo, vediamo che veniamo per lo più dalle regioni dell’odierno medio Oriente.
Non tutti però accettano questa verità scientifica. Ci sono altri episodi storici in cui la conoscenza genetica non è stata ascoltata per motivi ideologici?
C’è la storia di Nikolai Vavilov, uno dei più grandi scienziati del Novecento. Di famiglia borghese, studiò in Inghilterra e poi tornò in Russia dopo la rivoluzione, aderendo agli ideali dell’Unione sovietica. Lenin gli affida un compito enorme: poiché l’Unione Sovietica è in ginocchio dopo la Prima guerra mondiale e la guerra civile, bisogna trovare il modo di dare da mangiare a milioni di persone. Vavilov compie spedizioni in tutto il mondo per catalogare tutta la variabilità esistente nelle piante coltivate con l’obiettivo di selezionare quelle più adatte al clima russo. Quando Lenin muore e arriva Stalin, emerge un altro personaggio: Trofim Lysenko, figlio di contadini. Lysenko sostiene che si può abituare il grano a crescere in climi freddi sottoponendo i chicchi a basse temperature attraverso un processo che si chiama vernalizzazione. Vavilov sa che non funziona, ma Lysenko va da Stalin e gli dice che Vavilov non tiene in considerazione la forza di volontà rivoluzionaria capace di convincere le piante a crescere dove si vuole. Lysenko prevale, Vavilov viene arrestato e muore in un campo di prigionia. Lysenko imprime la sua visione a due piani quinquennali che porteranno a carestie dagli esiti tragici. Questa storia dimostra che con la scienza non si scherza: le idee più comode, che si adattano meglio ai tempi, non portano ad alcun buon risultato se non hanno una base scientifica.
Nikolai Vavilov fu un agronomo, botanico e genetista russo. Cercò un sistema fondato scientificamente per provare a sfamare l'enorme popolazione russa dopo la Rivoluzione. Ma Stalin preferì seguire altre teorie, fondate sull'ideologia. Il risultato? Una tragica carestia.
Veniamo a un tema attuale: la cosiddetta sostituzione etnica. Che cosa dice la genetica in proposito?
Il termine deriva da una cattiva interpretazione del pensiero del conte austroungarico Kalergi, che dopo il massacro della Prima guerra mondiale immaginò, per ridurre i conflitti, un mondo diviso in cinque grandi confederazioni: l’Impero britannico, l’Unione Sovietica, una Confederazione paneuropea che comprendeva le colonie africane degli Stati europei, una Confederazione americana e una Confederazione sino-giapponese. Negli anni Settanta e Ottanta, qualcuno ha iniziato a parlare di un “piano Kalergi” - che non è mai esistito - per indicare un tentativo di sostituire gli europei con popolazioni provenienti dalle loro ex colonie africane.
La cosa interessante è che studiando la storia dei geni umani si possono sostenere con argomenti altrettanto validi due teorie opposte, ma che arrivano alla stessa conclusione. La prima è che la sostituzione etnica è sempre avvenuta, quindi non c'è da preoccuparsi. La seconda è che la sostituzione etnica è impossibile, quindi non c’è da preoccuparsi. Se si studia da un punto di vista genetico, in momenti diversi, una popolazione di un certo luogo, si vede infatti che gli abitanti di un dato periodo non sono per forza gli antenati di quelli del periodo successivo. Per esempio, i fondatori di Roma nell’età del ferro non discendevano né dagli abitanti paleolitici né da quelli neolitici della stessa area; al culmine dell’impero, poi, la popolazione della città di Roma era in massima parte costituita da migranti che venivano dal Nord Africa e dal Levante. Da questo punto di vista, dunque, la sostituzione genetica, etnica, è la regola. Al tempo stesso, quando parliamo di caratteristiche specifiche delle popolazioni, stiamo parlando di meno dell’1% del DNA complessivo: per dire, la differenza media tra due persone di due continenti diversi è dell’ordine del 2 per mille. Si può quindi sostenere con uguale fondamento che la sostituzione etnica non è mai avvenuta davvero né può mai avvenire. In conclusione, chi agita lo spauracchio della sostituzione etnica non è interessato a un’interpretazione scientifica del fenomeno: lo usa come un randello nel dibattito politico.
Diffondere la cultura scientifica può contrastare queste distorsioni?
Io temo che la conoscenza delle basi della genetica non sia sufficiente a far cadere queste teorie. Il tema vero non è il DNA: è quello dei diritti. Si discute se chi ha un passaporto diverso o una pelle diversa abbia diritti minori rispetto a chi ha radici più antiche in un territorio. Questo è il vero nodo del dibattito. Resta il fatto che il dovere e la responsabilità di chi si occupa di scienza è mettere le cose in chiaro il più possibile.
Giornalista, si è occupata di salute, tecnologia, cultura, migranti. È la caporedattrice di Lucrezio.
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