Ricevo tantissimi messaggi e ogni tanto qualcuno mi fa pensare. Quello di Marco Pavone, Professore Associato di Analisi Matematica all’Università di Palermo - che ha scritto in seguito al mio Avviso sugli “spacciatori di dubbi sul clima” -, è uno di questi, perché pone una domanda onesta: di quelle che molti si fanno, ma raramente esprimono ad alta voce.
Marco parte da un punto fermo (che i cambiamenti climatici siano dovuti in gran parte alle attività umane) e poi arriva al noccioalo:
«Che responsabilità ha ciascuno di noi, nel suo piccolo?».
Osserva che siamo tutti bravi a proclamarci contro l’inquinamento, magari a partecipare a marce e cortei, ma che è molto più difficile guardare alle nostre abitudini quotidiane. E fa un esempio concreto: l’uso esagerato dell’aria condizionata, accesa a temperature bassissime anche nei negozi o, addirittura, negli uffici vuoti, al punto che a volte deve coprirsi con una felpa.
È una domanda giusta. E vorrei provare a rispondere con qualche dato, invece che con le solite buone intenzioni.
Cominciamo dall’aria condizionata
Marco ha ragione a irritarsi. Raffreddare una stanza vuota è uno spreco puro, e lo spreco è sempre la cosa più facile (e più sensata) da eliminare.
In proporzione, quanto pesa? Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, il raffrescamento degli edifici, soprattutto i condizionatori, assorbe oggi circa il 7% dell’elettricità mondiale: quasi un quinto di tutta quella consumata negli edifici. Ed è la voce che cresce più in fretta di ogni altra. Nel complesso, la climatizzazione è responsabile di circa il 3% delle emissioni globali di gas serra. Non è poco, ed è destinato ad aumentare: man mano che il mondo si scalda si accendono più condizionatori, che a loro volta consumano energia e, se quell’energia viene da fonti fossili, contribuiscono a scaldare ancora. È un circolo che conviene spezzare.
Qui c’è però una sottigliezza che vale la pena cogliere: il problema non è solo quanta energia usiamo, ma da dove arriva. Un condizionatore alimentato da elettricità rinnovabile ha un impatto molto diverso da uno alimentato a carbone. Per questo, sul clima, contano insieme tre cose: quanta energia consumiamo, quanta ne sprechiamo e come viene prodotta.
Detto questo, se guardiamo al singolo cittadino italiano, l’aria condizionata di solito non è la voce più pesante del suo impatto personale. Lo spreco che Marco descrive è sbagliato e va combattuto, ma le abitudini che spostano davvero l’ago sono altre.
Le abitudini che contano di più
Su questo, per fortuna, non dobbiamo affidarci alle impressioni. Uno studio molto citato dell’Università di Lund (Seth Wynes e Kimberly Nicholas, 2017) ha messo a confronto decine di scenari per capire quali scelte individuali riducano di più le emissioni nei Paesi ricchi. Il risultato è istruttivo, perché spesso non coincide con ciò che leggiamo in giro o sentiamo raccontare.
Sul piano delle abitudini quotidiane, le azioni a maggiore impatto risultano tre: come ci spostiamo, che cosa mangiamo e come gestiamo l’energia in casa.
Gli spostamenti sono in cima. Rinunciare all’automobile, o usarla molto meno, fa risparmiare circa 2,4 tonnellate di CO₂ equivalente a persona ogni anno. E un singolo volo transatlantico andata e ritorno può pesare da solo intorno a 1,6 tonnellate: un dettaglio che vale la pena ricordare prima di prenotare il prossimo weekend in aereo.
L’alimentazione viene subito dopo. Ridurre il consumo di carne e spostarsi verso una dieta più vegetale fa risparmiare in media quasi una tonnellata di CO₂ all’anno.
L’energia domestica chiude il gruppo: isolare bene la casa, non sprecare riscaldamento e raffrescamento (ecco che torna il condizionatore di Marco), scegliere elettrodomestici efficienti e, dove possibile, un fornitore di energia rinnovabile.
Lo stesso studio nota una cosa che dovrebbe farci riflettere: molte delle azioni che ci vengono suggerite più spesso (tipo la raccolta differenziata o il cambio delle lampadine) hanno un effetto reale, ma molto più piccolo di quanto crediamo (la differenziata, per esempio, è risultata circa quattro volte meno efficace delle azioni principali). Non sto dicendo assolutamente che siano inutili: dico che è bene conoscere le proporzioni, per non illudersi di avere fatto abbastanza cambiando una lampadina mentre si continua a prendere l’aereo ogni mese.
Né sensi di colpa né alibi
È importante un chiarimento, perché la domanda di Marco può prendere due strade sbagliate.
La prima è il senso di colpa: pensare che tutto dipenda dalle nostre scelte individuali. Non è così. Le decisioni che contano di più si prendono su scala molto più grande: nell’industria, nella produzione di energia, nei trasporti, nelle politiche pubbliche. Un cittadino, da solo, non può decarbonizzare la rete elettrica.
La seconda strada sbagliata è l’opposto: usare questo come alibi. «Tanto conta solo il sistema, quindi io non faccio niente». Anche questo è falso, per due motivi. Il primo è che le nostre scelte, sommate a quelle di milioni di altre persone, un effetto diretto ce l’hanno. Il secondo, forse più importante, è che i comportamenti individuali cambiano la cultura: influenzano ciò che consideriamo normale, ciò che il mercato offre, ciò che chi ci governa si sente autorizzato a fare. Quando Marco si accorge dell’assurdità di un negozio ghiacciato e deserto, quella sensibilità non è ingenua: è il primo segnale di un cambiamento che, se diventa comune, sposta le cose.
Uno sguardo un po’ più largo
Vorrei però provare ad andare oltre i numeri. Credo che il punto non sia solo calcolare le tonnellate di anidride carbonica, ma coltivare un certo modo di stare al mondo. Un’attenzione che ci porti a non sprecare, a non dare per scontato il pianeta che ci ospita, a chiederci (prima di un gesto qualunque) se ne vale la pena.
Perché c’è una cosa che, spesso e volentieri, tendiamo a dimenticare: il mondo non è nostro, lo abbiamo in prestito. Le scelte che facciamo oggi, comprese quelle piccole e quotidiane, ricadranno su chi verrà dopo di noi: i nostri figli, i nostri nipoti, persone che non conosceremo mai e che erediteranno esattamente il pianeta che avremo lasciato. Prendersene cura non è un sacrificio che facciamo controvoglia per obbedire a una regola. È il modo per riconoscere che la nostra comodità di oggi non può valere più del domani di qualcun altro.
Su questo ci sarebbe molto altro da dire, ed è un tema su cui sto lavorando altrove, con più calma. Per ora mi fermo qui.
In due righe, caro Marco
La tua irritazione per lo spreco è sacrosanta, e un condizionatore acceso a vuoto va spento. Ma se vogliamo davvero incidere, conviene guardare soprattutto a come ci muoviamo, a cosa mettiamo nel piatto e a come scaldiamo e raffreddiamo le nostre case. Partiamo da qui.
Ma, prima ancora, conviene continuare a fare quello che hai fatto tu: notare le cose. Perché è da lì che, quasi sempre, comincia tutto.