I dinosauri raccontano di noi
EVOLUZIONE

I dinosauri raccontano di noi

Dall’Ottocento li abbiamo immaginati in tanti modi: da enormi rettili indolenti sprofondati nelle paludi a mostri furibondi, a giganti iper attivi e intelligenti. Perché quello su cui abbiamo poche certezze scientifiche diventa il ricettacolo di proiezioni che nascono dalla cultura del momento. Ne parliamo con Andrea Cau, paleontologo dei vertebrati.

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Con il suo libro Il dilemma dei dinosauri edito da Bollati Boringhieri, Andrea Cau, paleontologo che da anni studia i rettili fossili, ci racconta la grande disputa scientifica che nata attorno ai dinosauri, portandoci dentro il laboratorio della scienza con i suoi entusiasmi, i suoi pregiudizi e anche i suoi conformismi. Ne parla con Massimo Polidoro al Gomitolo Atomico, per ricordarci poi che quello che conta per la paleontologia, più che i dinosauri, sono i fossili che possiamo tenere in mano!

Quanto la nostra immagine dei dinosauri nasce dai fossili e quanto dalla cultura popolare?
I dinosauri sono icone pop a partire dalla fine dell’Ottocento. Da oltre un secolo, infatti, popolano libri, film, fumetti e giocattoli. Nessun paleontologo, dunque, cresce in un vuoto culturale: prima di diventare ricercatore è stato un bambino affascinato da quell’immaginario. Per questo motivo ogni ricostruzione nasce sempre dall’incontro tra le prove che arrivano dai fossili e il contesto culturale in cui viviamo.

Andrea Cau è stato ospite al Gomitolo Atomico il 12 maggio 2026. Questo articolo è tratto da quella conversazione.

Quali luoghi comuni senti ripetere più spesso?
Dipende dall’età: i giovani hanno un immaginario plasmato dal film Jurassic Park di Steven Spielberg. Le generazioni precedenti, invece, pensavano ai dinosauri come giganteschi rettili goffi, lenti e destinati all’estinzione. Non a caso “dinosauro” è usato come dispregiativo anche in politica. In realtà questa seconda rappresentazione racconta più il modo in cui l’uomo vedeva l’evoluzione nell’Ottocento che non i dinosauri stessi.

Quando cambia questa prospettiva?

La svolta arriva tra gli anni Sessanta e Settanta con quello che oggi chiamiamo “rinascimento dei dinosauri”. I paleontologi iniziano a guardare i fossili con un approccio diverso. Non si limitano più a catalogarli, ma cercano di ricostruire, a partire da quelli, il funzionamento di animali realmente vissuti. A quel punto emerge una domanda semplice: se i dinosauri erano davvero così primitivi e poco efficienti, come hanno potuto dominare gli ecosistemi terrestri per oltre 150 milioni di anni? Quel paradosso costringe la comunità scientifica a rivedere molte convinzioni.

Tra i protagonisti di questa rivoluzione c’è Robert Bakker, di cui racconti tanto nel libro. Perché è stato così importante?

Perché ha incarnato lo spirito del cambiamento. Era un paleontologo brillante, anticonformista, con un’immagine quasi da hippie, molto diversa da quella dell’accademico tradizionale. Ed era anche una figura poliedrica: paleontologo evoluzionista ma nello stesso tempo era un ministro di culto protestante. Bakker sosteneva che molti dinosauri avessero un metabolismo vicino a quello dei mammiferi e degli uccelli, cioè a sangue caldo, e non come quello dei rettili moderni, a sangue freddo. Secondo lui, solo animali attivi, dinamici e con un metabolismo efficiente potevano spiegare un successo evolutivo di così lunga durata.

Bob Bakker era un paleontologo evoluzionista dello Houston Museum of Natural Science. Le sue teorie sui dinosauri segnarono una svolta nel modo di pensare a questi animali preistorici.
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Bob Bakker era un paleontologo evoluzionista dello Houston Museum of Natural Science. Le sue teorie sui dinosauri segnarono una svolta nel modo di pensare a questi animali preistorici.

Una teoria che fece discutere.

Moltissimo. Negli anni Settanta la comunità scientifica si divise. C’era chi accettava completamente le idee di Bakker, chi le respingeva, e chi cercava una posizione intermedia. Come accade spesso nella scienza, il confronto fu acceso, ma estremamente fecondo.

E poi arrivò Jurassic Park.

Sì, il film di Steven Spielberg ebbe un effetto enorme. Quei dinosauri sono ispirati proprio alle ricostruzioni di Bakker. Grazie alla potenza del cinema, un’ipotesi che fino a quel momento era una delle tante possibili interpretazioni diventò dominante nell’immaginario collettivo. Il film non ha creato quella teoria, ma l’ha resa popolare e ha contribuito a trasformarla nella nuova normalità.

Ma come si studiano animali che nessuno ha mai visto?

Questo è uno degli aspetti più affascinanti della paleontologia. Il nostro vero oggetto di studio non è il dinosauro in sé, ma il fossile. Il dinosauro è un modello interpretativo che costruiamo per spiegare i resti che abbiamo tra le mani. È una distinzione importante, perché ci ricorda che dobbiamo sempre separare le prove dalle ricostruzioni, e che ogni ricostruzione riflette l’epoca in cui viene realizzata. Quando parliamo di dinosauri, in fondo, raccontiamo anche noi stessi. Tra cinquant’anni le nostre immagini dei dinosauri sembreranno probabilmente datate quanto oggi ci sembrano superate quelle degli anni Cinquanta.

un archeologo lavora su un fossile
© EvgeniyShkolenko - iStock
Paleontologo al lavoro su un resto fossile. Foto di EvgeniyShkolenko - istock

Come si fa ricerca oggi?

Oggi si analizza tutto il contesto: le rocce, il tipo di sedimento, le piante fossili, gli altri animali presenti nello stesso ambiente. Questo permette di evitare errori di interpretazione. Un insieme di scheletri, per esempio, può sembrare la prova di un comportamento sociale, ma un’analisi geologica potrebbe dimostrare che quelle ossa sono state in realtà accumulate dalla corrente di un antico fiume.

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Quali certezze abbiamo ormai acquisito?

La più importante è che gli uccelli sono dinosauri. Le prove raccolte negli ultimi decenni sono così numerose da rendere questa conclusione estremamente solida. Di conseguenza oggi sappiamo anche che i dinosauri non rappresentano affatto un fallimento: una loro linea evolutiva è ancora presente intorno a noi.

Qual è invece la grande domanda ancora aperta?

Più che chiederci perché i dinosauri si siano estinti, dovremmo domandarci perché alcuni dinosauri, cioè gli antenati degli uccelli moderni, siano sopravvissuti mentre altri no. Capire quella differenza significherebbe probabilmente comprendere anche le vere cause dell’estinzione di massa avvenuta 66 milioni di anni fa in seguito all’impatto con la Terra di un asteroide.

E se l’asteroide non fosse mai caduto, i dinosauri avrebbero potuto sviluppare un’intelligenza simile alla nostra?
È un’idea che affascina da decenni. Negli anni Ottanta il paleontologo Dale Russell immaginò addirittura un “dinosauroide”, una creatura umanoide discendente dai dinosauri. È un’ipotesi suggestiva, ma riflette anche il nostro antropocentrismo e l’idea che l’evoluzione verso l’intelligenza sia inevitabile. Io non ci credo: il modello fisiologico dei dinosauri funzionava bene senza bisogno di un cervello grande, e l’intelligenza richiede anche strutture sociali e familiari che i dinosauri non avevano.

Che ne pensi della “resurrezione” di animali estinti come il mammut?
Al di là della fattibilità, si solleverebbero enormi questioni etiche. E io sono contrario a estendere questa idea ai dinosauri: rischieremmo di convincerci di averli riportato in vita, mentre avremmo creato solo un prodotto della nostra ossessione. I dinosauri del Mesozoico sono perduti per sempre e dobbiamo farcene una ragione.

L’ultimo libro di Andrea Cau si intitola Il dilemma dei dinosauri - Fisiologia, ideologia e paleontologia (Bollati Boringhieri, 2025)*

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Marta Dore

Marta Dore

Giornalista, si è occupata di salute, tecnologia, cultura, migranti. È la caporedattrice di Lucrezio.