Dormire bene non ci rende soltanto più lucidi. Nel passaggio tra veglia e sonno il cervello intreccia connessioni nuove: è la “zona creativa” che Edison e Dalí cercavano d’istinto e che oggi le neuroscienze stanno imparando a mappare
S-S-S - iStock
Thomas Edison detestava il sonno. Lo considerava una perdita di tempo e si vantava di non dormire più di quattro ore a notte. Eppure aveva un’abitudine curiosa: quando cercava un’idea, si sedeva in poltrona con una sfera di metallo in ciascuna mano e si lasciava scivolare nel sonno. Nell’istante in cui i muscoli si rilasciavano, le sfere cadevano a terra con un tonfo e lo svegliavano: appena in tempo per afferrare i pensieri liberi e bizzarri che affiorano proprio mentre ci si addormenta. Salvador Dalí faceva lo stesso con una chiave sospesa sopra un piatto rovesciato e chiamava quel gioco “il sonno con la chiave”. Per decenni queste sono state considerate stravaganze da artisti. Oggi sappiamo che Edison e Dalí avevano intuito qualcosa di reale.
La soglia del dormiveglia
Quel momento sospeso tra la veglia e il sonno ha un nome tecnico: “stato ipnagogico”, o stadio N1, la prima e più leggera fase del sonno non-REM. È una terra di mezzo in cui siamo ancora vagamente consapevoli di ciò che ci circonda, ma la mente ha già cominciato a vagare, sganciandosi dal pensiero lineare del giorno e producendo immagini, associazioni improbabili, piccoli lampi. Per molto tempo la scienza l’ha trascurata: quasi tutti gli studi sul rapporto tra sonno e pensiero si erano concentrati sul sonno REM, quello dei sogni più vividi. La zona del dormiveglia era rimasta, di fatto, inesplorata.
Aveva ragione Edison
Nel 2021 un gruppo dell’Institut du Cerveau di Parigi, guidato dalla neuroscienziata Delphine Oudiette, ha deciso di mettere alla prova l’intuizione di Edison. I ricercatori hanno proposto a 103 volontari una serie di problemi matematici che nascondevano una scorciatoia: una regola segreta che, una volta scoperta, permetteva di risolverli quasi istantaneamente. Poi hanno concesso a tutti una pausa di riposo, in poltrona, con una bottiglietta in mano (l’equivalente delle sfere di Edison).
Il risultato è stato sorprendente, una cosa rara per questo tipo di studi. Chi era scivolato anche solo per una quindicina di secondi nello stadio N1 aveva una probabilità quasi tripla di scoprire la regola nascosta rispetto a chi era rimasto sveglio: l’83% contro il 30%. Ma c’era una condizione: l’effetto svaniva del tutto in chi sprofondava in un sonno più profondo. Esiste, spiega Oudiette, un “punto dolce” della creatività all’inizio del sonno: una finestra stretta, che si richiude se ci si sveglia troppo presto o si dorme troppo a lungo.
Vale la pena aggiungere una nota di cautela: lo studio mostra una forte associazione, non è una prova definitiva di causa ed effetto. Come ha osservato il neuroscienziato John Kounios, è possibile che sia lo stesso lavorìo mentale sul problema a favorire sia il passaggio nello stato N1 sia l’intuizione successiva. E, contrariamente alla leggenda, la soluzione non arrivava di colpo al risveglio: in media serviva ancora un po’ di lavoro prima che scattasse il “clic”.
Si può “seminare” un’idea nel sonno?
Se il dormiveglia è un terreno fertile, ci si può coltivare qualcosa di preciso? È la domanda a cui hanno provato a rispondere i ricercatori del MIT Media Lab e della Harvard Medical School. Con un piccolo dispositivo indossabile chiamato Dormio, capace di riconoscere l’ingresso nel dormiveglia, hanno guidato i partecipanti a sognare un tema specifico (nel loro esperimento, un albero) suggerendolo con la voce nel momento giusto.
Il dispositivo Dormio applicato alla mano di un soggetto partecipante agli esperimenti. Con Dormio, ci si addormenta normalmente, ma il passaggio dalla veglia al sonno viene monitorato e poi interrotto. In questo modo si rimane sospesi in uno stato semi-lucido in cui è possibile influenzare i sogni, orientandoli verso un determinato argomento. Le tecnologie per monitorare il sonno sono in genere costose e poco confortevoli. I ricercatori dell’MIT Media Lab e della Harvard Medical School ne hanno sviluppata una economica, pensata appositamente per lo stato ipnagogico, il meno invasiva possibile e open source.
Chi era stato indirizzato a sognare quel tema, al risveglio se la cavava meglio nei compiti creativi legati all’argomento rispetto a chi aveva fatto un pisolino senza indicazioni o era rimasto sveglio: la tecnica, riportano i ricercatori, migliorava la prestazione creativa di oltre il 40%. E più il tema entrava davvero nel sogno, più le risposte successive risultavano originali. È la prima dimostrazione controllata che non conta solo dormire, ma anche ciò che sogniamo.
Non esiste una sola “fase magica”
A complicare (e arricchire) il quadro è arrivato nel 2025 uno studio dell’Università di Amburgo. Qui i ricercatori hanno usato un compito diverso, di tipo percettivo, e hanno trovato che a favorire i momenti di intuizione non era lo stadio leggerissimo N1, ma quello immediatamente successivo e un po’ più profondo, l’N2: circa l’86% di chi lo raggiungeva durante un breve pisolino arrivava al momento “Aha!”, contro percentuali più basse tra chi restava sveglio o si fermava in N1.
Come si conciliano i due risultati? La risposta onesta, per ora, è che non lo sappiamo con certezza. È probabile che la fase di sonno più “creativa” dipenda dal tipo di problema: intuizioni matematiche e percettive potrebbero maturare in stati cerebrali diversi.
Ciò che i vari studi indicano in maniera concorde è qualcosa di più generale e antico: il vecchio consiglio di “dormirci sopra” ha un fondamento reale. Durante il sonno il cervello non si limita a riposare, ma riordina i ricordi, allenta i legami rigidi tra le idee e ne intreccia di nuovi. È la materia prima di cui è fatta la creatività.
7 regole per dormire bene
C’è un’avvertenza importante. Queste finestre preziose (pochi secondi di dormiveglia, un pisolino ben calibrato) si aprono solo su un terreno sano. La privazione cronica di sonno fa l’opposto di quanto abbiamo descritto: ci rende stanchi, irritabili, meno concentrati e, appunto, meno creativi. “Il sonno è il più grande afrodisiaco creativo”, ha scritto la designer e conduttrice Debbie Millman, invitando a essere disciplinati con il proprio riposo quanto lo si è con il lavoro.
Ecco perché, prima ancora dei trucchi da inventore, c’è qualcosa di più essenziale: dormire a sufficienza e dormire bene. Non esiste un numero di ore uguale per tutti, ma per la maggior parte degli adulti servono intorno alle sette-otto ore. E la qualità si costruisce con abitudini che la medicina del sonno conosce bene.
In sintesi, e in linea con le indicazioni di istituzioni come la Mayo Clinic:
● La regolarità conta più di quanto si pensi. Andare a dormire e svegliarsi più o meno alla stessa ora, anche nei weekend, rinforza l’orologio interno. Se dopo un quarto d’ora il sonno non arriva, spesso è meglio alzarsi, fare qualcosa di rilassante e tornare a letto quando la stanchezza si fa sentire.
● Attenzione a cosa si mangia e si beve. Andare a letto affamati o troppo sazi disturba; nicotina e caffeina restano in circolo per ore; l’alcol concilia il sonno all’inizio ma lo frammenta nella seconda parte della notte.
● Un piccolo rituale aiuta. Ripetere ogni sera gli stessi gesti (un bagno caldo, qualche pagina di un libro, luci basse) segnala al corpo che è ora di rallentare. Gli schermi luminosi, al contrario, tendono a ritardare l’addormentamento: lasciate lo smartphone in un cassetto, o anche meglio in un’altra stanza, almeno un’ora prima di andare a dormire.
● L’ambiente fa la differenza. Una stanza fresca, buia e silenziosa, un materasso e un cuscino adatti alle proprie preferenze, sono dettagli che pesano più di quanto sembri.
● I pisolini vanno dosati. Brevi (tra i dieci e massimo i trenta minuti) e nel primo pomeriggio non rubano ore al sonno notturno e possono persino diventare, come abbiamo visto, uno strumento creativo.
● Il movimento concilia il riposo. L’attività fisica regolare aiuta ad addormentarsi prima e a dormire più profondamente, purché non si svolga troppo a ridosso della notte.
● Lo stress è il grande nemico. Quando la mente è affollata, il sonno ne risente: annotare i pensieri e i compiti dell’indomani, scriverli letteralmente su un foglio o un diario, per poi metterli da parte, è un modo semplice per liberare la testa.
Se le difficoltà a dormire diventano frequenti, però, i consigli non bastano: vale la pena parlarne con il medico, perché individuare e trattare eventuali cause è il primo passo per tornare a dormire davvero.
“Il sonno è il più grande afrodisiaco creativo”
— Debbie Millman
Fermarsi per creare
Che il legame tra sonno e creatività sia profondo lo sapevano bene anche gli scrittori. Nel suo On Writing. Autobiografia di un mestiere, Stephen King paragona l’atto di scrivere a quello di addormentarsi: in entrambi, osserva, impariamo a fermare il corpo mentre incoraggiamo la mente a staccarsi dalla routine razionale del vivere quotidiano. Ed è proprio quel distacco (lasciare andare il controllo, permettere ai pensieri di ricombinarsi liberamente) a dare al cervello lo spazio per generare qualcosa di nuovo.
Forse è questa la lezione più bella nascosta negli esperimenti sul dormiveglia: la creatività non è soltanto sforzo e disciplina alla scrivania. A volte germoglia nel momento in cui smettiamo di forzarla, sulla soglia del sonno, quando la mente, libera per qualche istante, comincia a giocare.
Divulgatore scientifico, scrittore e giornalista, è il cofondatore e Direttore di Lucrezio.
Preferiti riservati agli abbonati
Per salvare articoli, video e podcast tra i tuoi preferiti devi avere un account abbonato.
Accedi (o registrati) e attiva l'abbonamento per sbloccare questa funzione.