«Non è vero, come sostengono alcuni, che uno sport come il calcio sia essenzialmente un’arte regolata da istinto e improvvisazione: conoscere la scienza che sta dietro al gioco del calcio può fare la differenza tra vincere o perdere una partita o un campionato». A sostenerlo è Ken Bray, fisico teorico e ricercatore all’Università di Bath, in Inghilterra, autore del libro How to Score. Science and the Beautiful Game (in italiano, Perché l'Italia vinse ai rigori con l'Olanda e Beckham tira punizioni imparabili?, Sonzogno, 2006).
«Il poeta John Keats criticava la spiegazione di Newton secondo cui l’arcobaleno era un semplice spettro di colori» dice Bray. Il riferimento è a una sera del dicembre 1817, quando, durante una cena a casa del pittore Benjamin Haydon, Keats e lo scrittore Charles Lamb convennero che Newton avesse «distrutto tutta la poesia dell’arcobaleno riducendolo ai colori del prisma» e brindarono ironicamente «alla salute di Newton e alla confusione della matematica». Bray la pensa all’opposto: «L’eleganza e il fascino del gioco non verranno in alcun modo messi in discussione dalle intuizioni scientifiche; al contrario, rivelando le leggi segrete del calcio, il nostro godimento dello sport potrà solo aumentare. Se applicheremo un po’ di fredda scienza al calcio il gioco non potrà che guadagnarne».
Abbiamo allora provato a sintetizzare qui una serie di indicazioni pratiche, derivate dagli studi di Bray e dei suoi colleghi (e aggiornate alla luce delle ricerche più recenti), per giocare la partita “perfetta” con l’aiuto della scienza.
L’inizio della partita
Secondo Bray è meglio non attaccare subito, ma prendere le misure della squadra avversaria, giusto per capire quanto è forte. Nel giro di 15 minuti, però, questa valutazione va conclusa e deve iniziare il gioco vero e proprio. Da tenere presente, anche, che secondo le sue stime ogni giocatore ha il pallone tra i piedi in media solo per il 2% del tempo: dunque è bene non sprecare nessun possesso.
Palla lunga e pedalare? Non proprio
Per decenni si è ripetuto che l’80% dei gol nasce da azioni di tre passaggi o meno, e che si segna una rete ogni 9-10 tiri (contando tutti i tiri, non solo quelli nello specchio della porta). Questi numeri vengono dalle analisi pionieristiche di Charles Reep, un ex ufficiale della Royal Air Force che dagli anni Cinquanta annotò a mano migliaia di partite. La conclusione che se ne trasse fu che conviene portare la palla in avanti nel modo più diretto possibile, con lanci lunghi.
Il dato è corretto, ma la conclusione no. La grande maggioranza delle azioni, in qualunque partita, è fatta comunque di pochi passaggi: è ovvio, quindi, che anche la maggior parte dei gol nasca da azioni brevi. Quando i ricercatori Mike Hughes e Ian Franks, nel 2005, hanno riesaminato i dati tenendo conto di quante azioni di ciascun tipo si giocano, hanno scoperto che le sequenze più lunghe producono in proporzione più tiri. L’errore è così noto da avere un nome, “fallacia di Reep”, ed è un bell’esempio di come una statistica vera possa condurre a un consiglio sbagliato. Il calcio contemporaneo, che misura ogni azione con sistemi di tracciamento e con modelli come gli expected goals (la probabilità, stimata su migliaia di casi, che un certo tiro diventi gol), è andato nella direzione opposta: possesso palla, pressione alta e costruzione paziente.
Rinvio del portiere
Non deve essere troppo lungo, perché si rischia di perdere subito la palla: segnare con un rinvio è possibile, ma molto raro. Il portiere va visto come colui che avvia l’azione: dovrebbe quindi passare subito la palla a un difensore o a un centrocampista. Su questo Bray aveva visto giusto, e il regolamento lo ha poi assecondato: dal 2019 una modifica alle regole permette ai compagni di ricevere il pallone già dentro l’area di rigore sul rinvio dal fondo, e la «costruzione dal basso» è diventata la norma. Se proprio si vuole tentare il lancio lungo, meglio farlo con il vento alle spalle: la spinta dell’aria può aiutare a raggiungere l’altra metà campo, anche se non garantisce di centrare la porta.
Calcio d’angolo
Segnare direttamente da calcio d’angolo (il cosiddetto «gol olimpico») è possibile ma rarissimo. Per non regalare la palla agli avversari, secondo Bray chi batte deve tenere la traiettoria bassa e puntare al primo palo: dalle sue analisi, il 60% dei corner trasformati in gol è stato battuto sul primo palo. Qui il compito degli attaccanti è prolungare la traiettoria del pallone, deviandolo nella pericolosa zona centrale dell’area di rigore. Negli ultimi anni i calci piazzati sono diventati una vera specializzazione: molte squadre di vertice hanno allenatori dedicati solo a corner e punizioni.
Rimessa laterale
È una delle situazioni di gioco più sottovalutate. Di solito è usata per passaggi brevi, ma un lancio ben eseguito, sempre a due mani e da dietro la testa come impone il regolamento, può arrivare fino all’area di rigore avversaria: un’arma insidiosa se chi batte mira al primo palo e gli attaccanti, come nel corner, sono pronti a deviare in porta. Il record riconosciuto dal Guinness è di 59,8 metri, stabilito dallo statunitense Michael Lewis nel 2019 con una rimessa «a capriola». E c’è chi ne ha fatto un mestiere: il danese Thomas Grønnemark è stato ingaggiato nel 2018 dal Liverpool come allenatore specializzato nelle rimesse laterali.
Calcio di punizione
Quando la punizione è centrale, tirare la palla sopra la barriera equivale a centrare una «cassetta delle lettere» larga appena sei palloni.
È uno spazio molto ristretto, che richiede una notevole abilità. Ne era maestro Andrea Pirlo che, nella sua autobiografia Penso quindi gioco, ha raccontato di essersi ispirato al brasiliano Juninho Pernambucano, che colpiva il pallone solo con la punta del piede: «La palla andava calciata da sotto, usando le prime tre dita del piede». Per tutti gli altri i numeri sono impietosi: nella Premier League 2023/24 solo 11 tiri diretti su punizione su 283 sono finiti in rete, il 3,9%. Se non si è tiratori più che abili, dunque, meglio passare la palla a un compagno. Ed è proprio quello che fanno sempre più squadre.
Rigori
Bray ha misurato con precisione quale porzione della porta un portiere riesce a coprire tuffandosi. È risultato che esiste un buon 28% della porta che il portiere non può raggiungere.
Tirare lì, però, non garantisce il gol: più ci si avvicina agli angoli, più aumenta il rischio di mandare il pallone fuori o sui pali. Secondo i dati di Bray, circa quattro tiri su cinque indirizzati in quella zona finiscono in rete. Il portiere non può avanzare verso chi tira: al momento del calcio deve avere almeno parte di un piede sulla linea di porta. Può però osservare il piede d’appoggio e i fianchi di chi calcia, che spesso forniscono indizi utili sulla direzione del tiro.
Gambe, polmoni e testa
«Tutto questo, naturalmente, non basta» spiega Bray. «Per riuscire a giocare in maniera efficiente una partita è necessaria innanzitutto una preparazione atletica adeguata».
I numeri gli danno ragione. Uno studio su trecento calciatori d’élite ha misurato che in una partita i centrocampisti percorrono in media circa 12 chilometri, contro gli 11,4 della media di squadra. Anche il portiere, che sembra stare per lo più fermo, in realtà percorre in media 5,6 chilometri, per quanto soprattutto camminando. Durante la gara il cuore di un giocatore lavora in media all’80-90% della sua frequenza massima, vicino a quella che i fisiologi chiamano soglia anaerobica: il livello di sforzo oltre il quale il lattato si accumula nel sangue più in fretta di quanto l’organismo riesca a smaltirlo. Per avere un termine di paragone: a riposo l’organismo consuma circa 3,5 millilitri di ossigeno per chilo di peso al minuto, meno del 6% dei circa 60 che un calciatore d’élite è in grado di consumare al massimo sforzo. Ecco perché anche l’alimentazione, necessaria per recuperare le energie spese in una partita, è un elemento cruciale nella preparazione di un giocatore.
«Altrettanto importante», continua Bray, «è l’approccio psicologico. Una partita spesso si vince o si perde nella testa. In Italia-Olanda, semifinale di Euro 2000, gli Orange persero dopo i rigori perché psicologicamente svantaggiati dopo i rigori sbagliati da De Boer e Kluivert prima del 90°, mentre l’Italia ridotta in 10 si elettrizzò per le parate di Toldo e vinse. A Istanbul, invece, in Milan-Liverpool finale 2005 della Champions League, la parata d’istinto di Dudek su un tiro di Shevchenko sul finire del secondo tempo supplementare determinò un colpo psicologico devastante per il Milan. E la coppa andò al Liverpool, di cui tra parentesi sono tifoso».
«È vero» ammette l’ex allenatore olandese Frank Rijkaard, «quando una squadra gioca bene, ma non segna, capita sempre che cominci a insinuarsi la sfiducia».
«Quando gli atleti sentono di avere l’intera situazione sotto controllo, e sono fiduciosi di poter affrontare qualsiasi circostanza presenti la partita», conclude Bray, «ricevono una carica supplementare. L’eccitazione psicologica, infatti, stimola il rendimento anziché ostacolarlo».
I limiti della formula
Per quanto convincenti, le analisi di Bray restano piuttosto rigide. Trascurano aspetti importanti come le decisioni arbitrali (oggi in parte corrette dal VAR, introdotto in Serie A nel 2017), la casualità e l’errore umano. Proprio il caso, anzi, è diventato uno degli oggetti di studio dell’analisi calcistica: modelli come gli expected goals servono anche a distinguere una squadra che vince perché gioca meglio da una che vince perché, per un po’, la fortuna è dalla sua parte.
La scienza, insomma, può aiutare a giocare un calcio migliore, a patto di ricordare che nessuno schema potrà mai prevedere il genio di un Pelé, di un Maradona o di un Baggio. E forse è proprio qui che Keats e i suoi emuli, in fondo, hanno torto: capire perché un pallone entra in porta non toglie proprio nulla alla meraviglia di vederlo entrare.