L'ottimismo è (davvero) il profumo della vita
PENSIERO CRITICO

L'ottimismo è (davvero) il profumo della vita

Perché, in un momento come questo, scegliere la speranza è la cosa più concreta che possiamo fare.

Rieccoci con il nostro Avviso ai Naviganti! Dopo la pausa estiva, oggi si riparte e ricominciamo da una parola che, di questi tempi, rischia di suonare fuori posto: ottimismo.

Lo so benissimo, il momento non aiuta. Guerre insensate che sembrano infinite, ingiustizie che si moltiplicano, un clima che manda segnali inequivocabili anche per i più “distratti”, prepotenti installati al potere che appaiono intoccabili... Ecco, in uno scenario così, parlare di ottimismo può quasi sembrare una provocazione. Invece, è proprio da qui che voglio ripartire. Anzi, ti anticipo che non sarà un episodio isolato: è un filo che percorrerà alcune cose importanti che ho in mente per l’autunno (su questo, sotto ti segnalo una data importante…).

Prima, però, chiariamo subito una cosa: l’ottimismo di cui parlo non è quello che probabilmente stai immaginando. Non è il “Forza, dai, che andrà tutto bene!” È qualcosa di più scomodo, ma, io credo, infinitamente più utile.

Il profumo della vita

Sono sicuro che tra chi mi legge qualcuno ricorderà una vecchia pubblicità televisiva: un signore anziano, simpatico, che con la sua voce calda al telefono esclamava:

Gianni! L’ottimismo è il profumo della vita!

Quel signore era Tonino Guerra, il poeta e sceneggiatore che aveva firmato tanti capolavori del cinema per Antonioni, De Sica, Fellini, Rosi, i Taviani e tanti altri, e che divenne popolarissimo proprio grazie a quello spot pubblicitario dei primi anni Duemila.

La frase può sembrare ingenua e ha persino fatto sorridere: il suo pronipote Fabio De Luigi la trasformò in un tormentone comico, con l’improbabile Ingegner Cane che a Mai dire gol urlava «Ottimismo!» prima di illustrare i suoi deliranti progetti edilizi. Eppure è una frase che dovremmo prendere sul serio, per una ragione molto semplice: è vera.

A patto, però, di capire che cosa vuol dire realmente. Perché l’ottimismo ha due “controfigure” che gli somigliano, ma che sono invece il suo esatto contrario. La prima si traveste da fiducia, la seconda da lucidità. Ma tutte e due, alla fine, hanno un unico scopo: immobilizzarci.

La prima trappola: “ci penserà la tecnologia”

C’è un modo di dirsi ottimisti che in realtà è un alibi ed è quello di chi sostiene:

Ma perché preoccuparsi? State tranquilli, un genio, un miliardario, il mercato o qualche invenzione risolveranno tutto! Rilassiamoci e aspettiamo.

È una storia vecchia. Naomi Oreskes ed Erik Conway, in Mercanti di dubbi, la chiamano “tecnofideismo”: la fede cieca che la tecnologia, lasciata libera di correre, ci salverà da sola. Fin dagli anni Cinquanta questa idea è stata usata come argomento per non fare nulla contro problemi come i tumori provocati dal tabacco, l’amianto, contro le piogge acide, il buco nell’ozono e oggi, naturalmente, il riscaldamento globale, con la promessa implicita che si sarebbe risolto tutto senza bisogno di alzarci dalle nostre poltrone.

Il punto debole di questa convinzione è che non sta in piedi: nel corso della storia non è mai andata così.

Il mito secondo cui l’innovazione nascerebbe solo dal libero mercato è, semplicemente, falso: molte delle tecnologie che hanno cambiato le nostre vite (dalle macchine utensili ai computer, dai transistor a Internet, nato come Arpanet) sono state rese possibili da investimenti pubblici, spesso decennali, che nessuna azienda privata avrebbe mai sostenuto da sola.

La tecnologia è preziosa, per carità. Ma non è una divinità che scende dall’Olimpo a salvarci: è uno strumento e dipende sia da cosa scegliamo di farne, sia da chi ha il potere di decidere.

Ecco perché quando qualcuno ci dice «Tranquilli, ci penserà l’innovazione», non stiamo ascoltando un ottimista. Stiamo ascoltando qualcuno che ci sta invitando a restare seduti e a non toccare nulla. O, peggio, ci incoraggia a continuare a consumare e a sprecare senza farci troppe domande sulle conseguenze.

La seconda trappola: il pessimismo

L’altra controfigura è l’opposto speculare: la rassegnazione. La convinzione che ormai sia tutto perduto, che il disastro sia scritto, che l’unica cosa sensata da fare sia guardare l’acqua salire fino a sommergerci (ricordate? Ne parlavamo qui a proposito degli “spacciatori di dubbi”). Anche in questo caso il succo è semplice: inutile darsi da fare, state fermi, tanto non serve.

Può sembrare semplice realismo, invece è l’esatto contrario. La scrittrice Daniela Padoan lo ha detto molto bene in un recente intervento su Domani: l’Apocalisse come orizzonte fisso è una forma di inerzia. Ci trasforma in spettatori passivi del disastro, ci esonera dall’azione, ci fa «accettare l’esistente come unica cosa possibile». E non succede per caso: il fatalismo catastrofico, infatti, conviene a chi è al potere, perché smobilita, disperde, isola.

L’attore Joseph Gordon-Levitt, di recente, ha espresso la stessa idea in modo più diretto: i tiranni adorano che tu sia pessimista! Perché il pessimista non lotta, non si organizza, non prova nemmeno a cambiare le cose. Il pessimismo è, in fondo, una resa. E siamo così abituati a considerarlo la posizione “adulta e disincantata” da non accorgerci che è esattamente ciò che chi detiene il potere spesso si augura da noi.

E, allora, a ben vedere, il vero ingenuo non è chi spera: è chi si arrende.

Allora che cos’è il vero ottimismo?

La scrittrice e giornalista Rebecca Solnit, che ha studiato a lungo come le società cambiano nei momenti di crisi, lo ha spiegato benissimo: l’ottimismo non è speranza, non è la convinzione che le cose, in qualche modo, andranno bene da sole. È qualcosa di più preciso e più utile: la convinzione che il futuro sia aperto, che non sia già scritto e che, dunque, le nostre azioni abbiano conseguenze reali.

Essere ottimisti è una scelta razionale, fondata su prove solide: a partire dal fatto che il cambiamento è possibile perché è già avvenuto, tante volte.

Rutger Bregman, esaminando decenni di ricerche sul comportamento umano nei disastri reali, ha trovato qualcosa di controintuitivo: ha confermato che davanti a una catastrofe vera la maggior parte delle persone non saccheggia, non aggredisce e non fugge nel panico egoistico dei film catastrofici. Anzi, coopera, si organizza, aiuta gli sconosciuti. Il comportamento predatorio che ci aspettiamo è l’eccezione, non la regola.

Saperlo ci aiuta a guardare le cose in modo diverso: perché significa che se il sistema che produce disuguaglianze e conflitti non rispecchia la nostra natura, allora quel sistema è una costruzione, la scelta di qualcuno che ha deciso per tutti. E le costruzioni, così come le scelte, si possono cambiare.

La partita è ancora aperta

Di queste cose ne parlavo spesso con una persona che dell’ottimismo aveva fatto uno stile di pensiero: Piero Angela. Una volta gli chiesi se, guardando al futuro, in lui prevalesse l’ottimismo o il pessimismo. Mi rispose così:

Più che essere ottimisti o pessimisti, dovremmo renderci conto che qualsiasi futuro è possibile, che lo costruiamo noi stessi, giorno per giorno, attraverso ogni decisione presa (o non presa). È molto difficile essere ottimisti, ma come amo ripetere: la partita è ancora aperta.

Piero era tutto fuorché un illuso. Aveva ben presenti tutte le incognite: l’innalzamento delle temperature, la carenza d’acqua, le carestie, i conflitti per le risorse, le grandi migrazioni in arrivo... Non ignorava nulla; eppure non arrivava mai a dire: “Visto che le cose stanno così, tanto vale arrendersi”. No, per lui la partita era (ed è) ancora aperta.

Da dove nasceva il suo atteggiamento? Mi disse che un po’ veniva da sua madre, una donna allegra e affettuosa, da cui aveva ereditato ottimismo e senso dell’umorismo, e un po’ da un Manuale di Epitteto nella traduzione di Leopardi. Il filosofo greco arrivava all’ottimismo passando per il pessimismo: se ti aspetti il peggio e poi riesci comunque a combinare qualcosa, allora sarai felice. Un ottimismo temperato da un sano scetticismo. Non una fiducia cieca, ma una fiducia ostinata.

Ecco: è esattamente questo il punto. Nessuno ci salverà “da fuori”. Non sarà un miliardario, un inventore, una macchina (né, tantomeno, gli extraterrestri o qualche divinità!) a levarci dai guai.

Se le cose devono cambiare, dobbiamo cambiarle noi in prima persona: informarci, organizzarci, votare, premere, non arrenderci. L’ottimismo di cui parlo, dunque, non ha la forma di un divano su cui aspettare: è fatto come un paio di scarpe con cui mettersi in cammino.

Un brutto mondo che sembrava invincibile

Chiudiamo con l’esempio che, più di ogni altro, avrebbe dovuto sprofondare il mondo nella disperazione più cupa, e che invece ci racconta una storia opposta.

Il nazismo. Per un certo tempo sembrò inarrestabile, invincibile, con le sue idee mostruose che parevano destinate a divorare tutto. Interi popoli adoranti accecati dalla “follia”, oppure piegati dallo sconforto e rassegnati al peggio. Ebbene, sappiamo tutti com’è andata: è stato sconfitto e da quelle macerie è emerso un mondo migliore. Le cose non cambiano dall’oggi al domani, e a volte servono passaggi traumatici (e quello che stiamo attraversando lo è certamente) prima di tornare a rivedere la luce. Ma cambiano.

Non ci sono garanzie, è chiaro. L’ottimismo vero non è una promessa: è una responsabilità. È la scelta di comportarci come se il futuro dipendesse anche da noi… perché è esattamente così.

La partita è ancora aperta e vale la pena giocarla.

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Massimo Polidoro

Massimo Polidoro

Divulgatore scientifico, scrittore e giornalista, è il cofondatore e Direttore di Lucrezio.