Siamo nel 212 a.C., la flotta romana assedia Siracusa e sulle mura decine di difensori orientano grandi specchi di bronzo verso il sole. I raggi convergono sugli scafi di legno e, uno dopo l'altro, i vascelli prendono fuoco in mezzo al mare. Regista dell'impresa: Archimede, la mente più brillante dell'antichità.
È una scena magnifica. C’è un solo problema: con ogni probabilità, non è mai accaduta. E la storia di come è nata la leggenda è persino più interessante del presunto “raggio della morte”.
Il silenzio delle fonti
Partiamo da un fatto che pesa più di qualunque calcolo di ottica: nessuno degli autori vissuti all'epoca dell'assedio parla di specchi. Polibio, che descrive la difesa di Siracusa nei dettagli, racconta le macchine di Archimede: le catapulte a gittata variabile che scagliavano pietre, gli enormi bracci meccanici che afferravano le navi e le rovesciavano, la celebre “mano di ferro”, ma degli specchi non c'è traccia. Lo stesso vale per Tito Livio e per Plutarco, che pure indugia con gusto sui prodigi tecnici del matematico siracusano.
La storia degli specchi arriva molto più tardi. I primi accenni a navi incendiate “con mezzi artificiali” arrivano da Luciano di Samosata e da Galeno, nel II secolo d.C., vale a dire quasi quattrocento anni dopo i fatti, e senza spiegare come. Il primo a nominare esplicitamente degli specchi ustori è Antemio di Tralle (l'architetto della basilica di Santa Sofia a Costantinopoli) intorno al 500 d.C., cioè circa settecento anni dopo l'assedio. Da lì la storia si gonfia: nel XII secolo i bizantini Zonara e Tzetzes la arricchiscono di particolari sempre più fantasiosi, al punto che Zonara arriva a sostenere che Archimede avrebbe addirittura incendiato l'aria con un fascio di luce. Un dettaglio che dice molto su quanto quegli autori padroneggiassero l'ottica.
Insomma, la leggenda cresce man mano che ci si allontana dai fatti: e questo è un campanello d'allarme che chi si occupa di storia conosce bene.
C'è poi un particolare che raramente viene ricordato. Sia Polibio che Plutarco raccontano che l'assalto navale decisivo dei romani avvenne di notte, portando le navi sotto le mura al riparo dell'oscurità: un'arma che funziona soltanto con il sole a picco sarebbe stata, in quel momento, perfettamente inutile.
La prova del fuoco
Che cosa succederebbe se provassimo a costruirli per davvero, quegli specchi? È quello che diversi gruppi hanno tentato di fare in tempi recenti, con risultati istruttivi.
Nel 1973 l'ingegnere greco Ioannis Sakas dispose una settantina di specchi lungo una banchina e riuscì a incendiare una barca di compensato ricoperta di catrame. Un successo? Sì, ma a bersaglio fermo, molto vicino e in condizioni ideali. Nel 2005 un gruppo del MIT ripeté l'esperimento con 127 specchi piani puntati su una sagoma di rovere a una trentina di metri: dopo circa dieci minuti di cielo terso il punto focale si arroventò e il legno prese fuoco.
La stessa impresa, però, fallì quando la squadra portò gli specchi davanti alle telecamere di MythBusters e mirò a una vera barca a distanza di combattimento, sui 45 metri: solo qualche annerimento e una fiammella che si spegneva da sola. Con un bersaglio lontano, in movimento e sotto un cielo reale, l'arma non sembra più così efficace. Verdetto della trasmissione: leggenda smontata, un esito confermato in un secondo test nel 2010.
Il punto è tutto qui. Perfino ammettendo che, in condizioni da laboratorio, decine di specchi possano dar fuoco a un bersaglio immobile, resta il fatto che frecce incendiarie o proiettili di catapulta avrebbero ottenuto lo stesso risultato in una frazione del tempo e con infinitamente meno fatica. Per un esercito, gli specchi sarebbero stati un'arma incredibilmente scomoda.
E se non fossero stati specchi?
C’è anche un'ipotesi affascinante, avanzata nel 2010 dall'ingegnere Cesare Rossi dell'Università di Napoli Federico II, che merita di essere ricordata. Rossi ha suggerito che dietro la leggenda potrebbe esserci non un'arma a raggi solari, ma un cannone a vapore (magari scaldato proprio dal sole), capace di scagliare proiettili cavi riempiti di sostanze incendiarie. È una ricostruzione ingegnosa, ma resta un'ipotesi: chi studia la tecnologia antica la trova suggestiva ma priva di prove, e ricorda che nel Medioevo era abitudine attribuire ad Archimede qualunque invenzione mirabolante di cui si fosse sentito parlare.
La verità è più bella della leggenda
Anche se gli specchi ustori non sono mai esistiti, ciò non toglie nulla alla genialità di Archimede. Le sue macchine da guerra (come le catapulte e la “mano di ferro”) tennero in scacco per mesi la più potente flotta del Mediterraneo, e questo lo raccontano le fonti coeve. Non gli serviva un “raggio della morte” per entrare nella leggenda, gli bastò essere il più straordinario ingegnere e matematico del mondo antico.
E forse è proprio questo il senso di tante storie che circolano nella scienza: quando andiamo a guardare i fatti da vicino, spesso troviamo qualcosa di meno spettacolare della leggenda, ma di molto più vero. E quel “vero” ha quasi sempre un fascino più grande.